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20 Mag Hydrospeed: il bob fluviale

580_eddyline..ch201277172322_1L’hydrospeed, o bob fluviale se vogliamo italianizzare il termine, chiamato anche in gergo hydro o hydrobob, è formato da uno scafo a forma di catamarano, da impugnature metalliche, da un bulbo frontale, da due galleggianti laterali che fungono da protettori del bacino, e un alloggiamento per i gomiti.

Consiste nella discesa di fiumi o torrenti stando attaccati alle maniglie dell’hydrospeed, muniti di scarpe in neoprene, pinne, muta in neoprene da 5mm rinforzata, salvagente e casco. Mediamente le misure dell’hydro sono 95 cm di lunghezza, 65 cm di larghezza, 30 cm d’altezza con un peso variabile tra gli 8 e gli 11 kg e una spinta di galleggiamento di circa 60 kg.

La maggioranza sono costruiti in plastica (polietilene), ma ne esistono alcuni modelli costruiti in espanso. Questo secondo tipo fece la sua prima comparsa sul fiume Vezere nel 1995. Garantisce un peso nettamente inferiore rispetto a quello in plastica, quindi una grande maneggevolezza a scapito però della stabilità. Inoltre, essendo questo tipo di materiale molto morbido e facile da lavorare, permette ai singoli praticanti di costruirli o modificarli in base alle proprie esigenze.

Essendo questo sport relativamente recente, e la sua comparsa in Italia datata solo ai primi anni ’90, non esiste un settore agonistico molto sviluppato. A livello turistico invece riscuote un successo maggiore ed è possibile praticarlo nelle varie Scuole e Centri di Sports Fluviali siti nei principali fiumi.

La regolamentazione di questa disciplina è affidata all’A.I.Hydro (Associazione Italiana Hydrospeed)
Tra quelli fluviali è lo sport che maggiormente permette di vivere il fiume nella sua totalità, completamente immersi nell’elemento acqua e in perfetta simbiosi con esso. Nuotando nelle acque mosse di un fiume e giocando nelle sue correnti con l’ausilio del supporto galleggiante hydrospeed, si riescono a provare sul proprio corpo quelle sensazioni che solamente l’acqua mossa di un fiume riesce a concedere, fino ad arrivare a essere parte di esso.

Il materiale utilizzato è:

  • Hydrospeed
  • Pinne
  • Scarpe in neoprene
  • Muta in neoprene da 5 mm rinforzata su caviglie e cosce
  • Giacca in neoprene da 5 mm
  • Salvagente e casco

Da un punto di vista storico l’hydrospeed vero e proprio così come lo conosciamo noi è una scoperta del XX secolo.
I mezzi utilizzati fin dall’antichità per scendere o attraversare fiumi erano costituiti da zattere (precursori degli attuali raft) o piroghe (precursori delle attuali canoe), mentre il nuoto in acqua mossa con o senza l’ausilio di sostegni galleggianti era praticato solo per risolvere situazioni di emergenza.

Un qualcosa di similare all’attuale hydrospeed, perlomeno sotto un profilo concettuale, però già veniva utilizzato in antichità. Esistono infatti bassorilievi antichi dove sono raffigurati guerrieri che utilizzano vesciche di animali gonfie d’aria per attraversare corsi d’acqua.

L’hydrospeed attuale vede la sua nascita tra i fiumi e torrenti transalpini, anche se fisicamente il primo e vero hydrospeed nasce nel 1978.

Concettualmente si può tranquillamente dire che la pratica di questo sport nacque già verso la fine degli anni ’50, come nuoto in acqua viva senza l’ausilio di alcuna forma galleggiante. Alla fine degli anni 60 Louis Lourmais, nuotatore bretone discende per la prima volta il fiume Saint Laurent e il Fraser in Canada, fiumi molto tumultuosi e freddi, unicamente attrezzato di muta, pinne, maschera e boccaglio.

L’istinto innato dell’uomo di sperimentare le proprie conoscenze e metterle alla prova in situazioni sempre più impegnative, la voglia di esplorare nuotando in torrenti stretti e con forte pendenza, ha concretizzato quella serie di idee che hanno portato alla creazione dell’Hydrospeed.

Già i nuotatori francesi utilizzavano nelle loro gare di nuoto fluviale pinnato delle tavolette galleggianti, ma la svolta decisiva fu data da tre tecnici parigini addetti alla costruzione di ponti e strade. Questi tre uomini inserirono per la prima volta il concetto di un galleggiante che non fosse una semplice tavoletta di sostegno, ma un qualcosa di più voluminoso su cui appoggiarsi con maggiore facilità e allo stesso tempo concedesse maggiore protezione al corpo. Dapprima fu una semplice camera d’aria inserita in un sacco postale di tela, poi, per rendere più resistente il mezzo ed evitare spiacevoli forature, si passò ad utilizzare un sacco stagno di neoprene riempito di materiale galleggiante. A questo nuovo passo in avanti, sicuramente diede molto spunto una tecnica utilizzata dagli speleologi, i quali per attraversare i laghi sotterranei solevano riempire le sacche stagne con il loro materiale tecnico. Ancora però il mezzo non ha alcuna caratteristica di idrodinamicità, è ancora una sacca galleggiante, ma col tempo cominciarono ad apparire le prime maniglie e dei rinforzi in plastica.

Il primo prototipo di hydrospeed fu costituito da un sistema di galleggiamento realizzato da una camera d’aria chiusa da un carenaggio di fibra di vetro con delle impugnature e alloggiamento per il tronco. Claude Puch, Pierre Simon e Maurice Tiveron lavorano alla realizzazione del prototipo di un galleggiante più affidabile e confortevole di quelli utilizzati fino a quel momento.

Prodotto dalla Meritor e con il nome di “HYDROSPEED” nasce infatti nel 1978 il primo e vero hydrobob nella storia del nuoto in acqua viva. Il prototipo così prodotto fu giudicato all’epoca molto interessante, tanto che, presentato al salone delle invenzioni e delle nuove tecniche di Ginevra, conquistò la medaglia d’argento.

A questo punto il nuoto in acqua viva comincia a diffondersi sempre più grazie all’opera dei primi appassionati, veri e propri pionieri di questo sport.

Questa costante diffusione ha portato le case produttrici a effettuare ricerche sui materiali da utilizzare e sulla idrodinamica. Siamo quindi arrivati ad avere hydrospeed di varie forme e dimensioni in polietilene e in espanso, quest’ultimo apparso per la prima volta nel 1995.

Si è poi cominciato a studiare delle linee che offrissero il minor attrito possibile in acqua, cioè si è cercato di dare a questa nuova invenzione una forma idrodinamica, e in più si è cominciata a creare una tecnica di conduzione di questo mezzo.

Con il tempo poi, questi che inizialmente erano semplicemente degli appassionati si costituirono in Federazioni, dando poi vita successivamente a gare di velocità, slalom e anche acrobazia.

In Italia l’arrivo dell’Hydro è molto ritardato, siamo infatti intorno all’inizio degli anni ’90. Fu in quegli anni che venne inserito tra le attività praticabili presso i Centri di Sports Fluviali e sempre in quegli anni, precisamente l’8 settembre 1991 che nasce l’Associazione Italiana Hydrospeed (A.I.Hydro), l’unica che cura la formazione di Guide e Maestri di Hydrospeed.

Attualmente In Italia la pratica di questa attività fluviale, ha una forte componente turistico/sportiva presso i Centri di Sport Fluviali presenti nei principali fiumi.